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    June 03

    Premio Arte Y Pico

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    Fonte --> ARTE Y PICO

    Ho ricevuto questo premio da:Sailor Moon

    Sailor Moon: http://jessicah1989.spaces.live.com/

    REGOLAMENTO per chi riceve questo premio:

    1) scegliere 5 blog che si considerano meritevoli di questo premio, per creatività, design e materiali particolari utilizzati, e che diano un contributo alla comunità dei blogger, indipendentemente dalla lingua!

    2) ogni premio assegnato, deve aver il nome dell'autore e il collegamento al suo blog, così che tutti lo possano visitare;

    3) ogni premiato deve esibire il premio e metter il nome e il collegamento al blog di colui che ti ha premiato;

    4) il premiato deve mostrare il collegamento con il blog ARTE Y PICO dove nasce l'iniziativa

    5) pubblicare le regole

    e ora do i miei blog scelti

    Scorpio081: http://scorpio081.spaces.live.com/

    Sora: http://teo-and-kingdomhearts4e.spaces.live.com/

    Roxas: http://tony5984.spaces.live.com/

    CAOS MISTICO: http://caosmistico.spaces.live.com/

    Nadia: http://starlady1nadia.spaces.live.com/

    grazie a Sailor Moom per il premio

    May 28

    GRAZIE PER LE 2000 VISITE

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    grazie a tutti del vostro affetto grazie mille da EMANUELE

    May 24

    Berserk

     

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    May 23

    il mio premio

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    grazie a Bimbadolse per avermi premiato con il terzo posto 

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    May 18

    Turok

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    May 11

    w tutte le mamme

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    Mamma ti volgio bene

    April 30

    Re Artù......

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     La leggenda di Re Artù è uno dei grandi misteri del medioevo. Chi di noi non ha mai sognato di poter far parte dei suoi mitici cavalieri e di intraprendere le loro eroiche imprese? Sognare è bello, eppure la realtà è un pò diversa da come potremmo immaginarla. Per prima cosa, c'è da chiarire che re Artù probabilmente non è mai esistito. Comunque, non come lo immaginiamo noi. Egli potrebbe essere solamente frutto della fantasia degli scrittori medievali, primo di tutti Chrétien de Troyes, a cui attribuiamo i primi romanzi arturiani e che visse nell'XI secolo. Compose le sue opere alla corte di Maria di Champagne e poi di Filippo di Fiandra tra il 1160 ed il 1185. A tale periodo quindi risale la genesi del "Chevalier de la Charrette", il primo romanzo in cui compare Artù e con lui, il prode Lancillotto, la bella Ginevra e l'oscuro mago Merlino. Chrétien non riuscì a terminare questo scritto, così il finale è opera di un altro scrittore del tempo, Geoffroy de Lagny. Ma Chrétien de Troyes però scrisse almeno un altro romanzo con protagonisti i cavalieri della tavola rotonda, "Perceval du le conte du graal", in cui si accentua la spiritualizzazione dell'etica cavalleresca. I cavalieri vanno qui alla ricerca del Graal, divino simbolo di rinascita, ma ancora non è la coppa che accolse il sangue di Cristo. Lo diventerà in seguito, con gli scrittori successivi che riprenderanno in mano le leggende arturiane, rimaneggiandole, riadattandole, reinterpretandole a loro piacimento. Misterioso e ancora profano con Chrétien, il Graal diventerà il sacro calice che noi tutti conosciamo nel XIII, con Robert de Baron.
    Lentamente, le avventure dei cavalieri della tavola rotonda assumono una dimensione escatologica e questi eroi diventano, non solo difensori di una terra di frontiera contro gli attacchi dei barbari infedeli, ma anche garanti di un ordine cosmico. Inoltre, la chiesa, sempre più preoccupata per via della diffusione nell'occidente di questi romanzi, in cui spiccava spesso il tema dell'amore cortese, che vedeva giovani cavalieri innamorarsi di belle dame già sposate, cercava di cristianizzare ulteriormente tali opere, secondo la sua filosofia. Per questo, ad esempio, si scrisse il "Perlesvaus", un rifacimento del romanzo arturiano, in cui Lancillotto confessa il proprio peccato, Ginevra muore e i cavalieri di re Artù si fanno crociati. Qui, Perlesvaus (Perceval) diventa una specie di Cristo-cavaliere. Ed una maggiore accentuazione di questo ideale si avrà con l'elaborazione del personaggio di Galaad, novello Cristo della cavalleria, figlio di una vergine, l'unico a cui sarà concesso di vedere il Graal, ma per questo muore. Dai primi romanzi di Chrétien de Troye, il romanzo cavalleresco ne farà di strada nei secoli successivi, ispirando molti scrittori del basso medioevo e dell'età moderna, fino ai giorni nostri. Per cui, si capisce, con tutti questi rifacimenti è difficile risalire all'originale storia arturiana, a ciò che era Artù inizialmente. Il re che conosciamo noi è il risultato di tutte queste reinterpretazioni elaborate nell'arco di quasi mille anni.
     

    Nell'ammettere l'esistenza storica di re Artù, dovremmo fare un piccolo sforzo d'immaginazione, in quanto dovremmo togliergli la brillante armatura cavalleresca e trasportarlo in un altro ambiente storico-culturale, quello dell'Inghilterra del V/VI secolo d.C. Quindi, ben cinquecento anni prima del tempo che immagineremmo noi leggendo i romanzi di Chrétien de Troyes. Non nel vero e proprio medioevo cavalleresco, ma negli ultimi attimi di vita dell'Impero Romano. Nel 476 d.C. termina il grande impero che aveva unito tutta l'Europa, sommerso dalle invasioni dei barbari, per l'esattezza Goti e popolazioni germaniche. L'imperatore Adriano, aveva esteso l'Impero fino all'estremo nord, fino alla Gran Bretagna, costruendovi il famoso Vallo proprio per arginare il pericolo costituito dagli invasori, popolazioni locali pagane. Nel V secolo ormai l'Impero non aveva più la forza di resistere e venne lentamente divorato dall'esterno, ma anche dall'interno (in quanto già da molti anni i germanici facevano parte dello stesso esercito romano, ed alcuni riuscirono anche a diventare generali). Ciò fu inevitabile. Ma alcuni soldati e generali, anche dopo il 476, non deposero le armi, continuando per qualche decennio a combattere con l'idea di ricostituire l'Impero e di proteggere la religione cristiana (che era diventata religione ufficiale dell'impero con Teodosio, nel 391). Uno di questi potrebbe essere stato proprio il nostro Artù, che resistette alle invasioni dei Sassoni e degli altri barbari, che nel V secolo stavano invadendo l'Inghilterra, divenendo così un eroe, una leggenda. In effetti, già Nennio, monaco gallese dell'800 d.C., aveva menzionato un certo re guerriero di nome Artù nella sua Historia Britonum. E secondo gli annali della Cambria, opera di anonimi del X secolo, l'anno di morte di Artù sarebbe il 537 d.C. Per questo, molti storici ritengono che alla base della leggenda ci sia un fondo di verità storica e la mitica Camelot potrebbe essere ora Cadbury Castle, dove gli archeologi scoprirono negli anni '60 le rovine di una fortezza capace di poter ospitare un migliaio di persone. Avalon, l'isola sulla quale dovrebbe ancora trovarsi il corpo del grande re, invece potrebbe essere il colle di Glastonbury Tor, nel Somerset, che in tempi antichi era quasi interamente circondato d'acqua. Il nome Artù, inoltre, potrebbe solo essere un appellativo. In passato era usuale dare ai valorosi degli appellativi per caratterizzarli ed esaltarne le qualità fisiche o guerriere. Infatti, il nome Artù potrebbe derivare da "Artorius", che nella lingua celtica voleva dire "orso". In tal senso, un guerriero così chiamato, aveva l'orso come suo "animale guida" e ne acquistava le qualità, come la forza e la grandezza. Conosciamo un signore della guerra gallese del V secolo, Owain Ddantgwyn, che veniva proprio chiamato "orso" e che fu ucciso in battaglia dal nipote, proprio quasi come nei romanzi arturiani. Oppure, potremmo anche identificare il mitico re con un certo personaggio di nome Riotamo (in celtico: "re supremo"), che nel 468 guidò le sue truppe in Gallia, ma fu tradito e sconfitto in battaglia. Ma dietro al personaggio di re Artù non c'è solo un re ed un eroe. Artù è anche un simbolo di rinascita e di vita eterna. I Normanni nell'XI secolo sconfissero i Sassoni che dominavano in Inghilterra. La corte anglo-normanna poté così attrarsi la simpatia delle popolazioni bretoni diffondendo le loro leggende, ma col rischio di risvegliare in queste il sogno di restaurazione del potere celtico, proprio fondato sul mito della "scomparsa" di Artù. Nei romanzi infatti è scritto che un giorno il grande condottiero ritornerà ancora a regnare alla testa delle sue genti. E probabilmente per sedare queste speranze, nel 1191 venne sparsa la voce del ritrovamento della sua tomba. Ciò mise infatti fine ad ogni speranza di un ritorno del re, ma nello stesso tempo, rese il personaggio ancor più popolare in Bretagna, spingendo la corte anglo-normanna a identificarsi con la corte di re Artù.

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    IL MAGO MERLINO

        Il mago Merlino invece era il mago di corte e consigliere del re Artù. Personaggio molto misterioso e oscuro per molti versi era una sorta di Rasputin di quei tempi. Era profeta, mago, consigliere e si diceva che potesse viaggiare nel tempo. In realtà dev'essere stato un druido. I druidi erano i sacerdoti delle popolazioni celtiche che vivevano in Gallia ed in Britannia nei fino all'espansione del Cristianesimo in quelle terre. Essi praticavano la magia nei boschi, a contatto con la natura e, si dice, avevano molti poteri soprannaturali, tra cui anche quello di vedere nel futuro e rendersi invisibili. Le poche informazioni che abbiamo le troviamo sugli scritti degli scrittori latini e greci di quel periodo (II/IV secolo d.C.). Ma anche il personaggio di Merlino, così come quello del suo re, rimane ancora avvolto dalle nebbie del mistero

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    IL Sacro Graal

    LA SACRA COPPA DELL'ULTIMA CENA

            Sacro Graal: nome latino medievale che deriva da gradalis (recipiente), da cui in francese Graal.

    Calice o piatto usato da Gesù durante l'ultima cena e che poi fu usato da Giuseppe d'Arimatea per raccogliere il suo sangue durante la crocifissione. la storia del Graal di ritrova in innumerevoli versioni. Secondo la tradizione medievale, con Chretien de Troyes (che prese come riferimento lo scritto storico latino di Geoffrey of Monmouth sulla storia dei re di Britannia del 1137), nel XII secolo assunse, nei suoi romanzi di stile cortese-cavalleresco, il simbolo di purezza ricercata dai cavalieri della tavola rotonda e da re Artù.

    Secondo certe tradizioni, il calice si sarebbe tramandato da generazione in generazione all'interno dell'ordine dei templari fino ai giorni nostri. Esso sarebbe ancora nascosto in una delle loro fortezze sparse per tutta Europa. Si pensa, ad esempio, che possa trovarsi nella cappella di Rolin a Midlothian sepolto insieme ad altri tesori dell'ordine, oppure nella chiesa di Rennes le Chateau, o altrove.  Alcuni lo vogliono nel castello di Montsegur in linguadoca, eretto dall'ordine dei Catari e arresosi nel 1244 sotto gli attacchi dei crociati venuti dalla Francia settentrionale. Per altri, il Graal sarebbe nascosto nel castello di Corbenic, in Gran Bretagna, dove vi fu portato da Giuseppe d'Arimatea o dai suoi discepoli.

    L'unica cosa sicura è che il Graal è il simbolo della ricerca che è in tutti noi, la ricerca del divino, di una verità assoluta. Esso rappresenta l'eterna ricerca di noi stessi e di risposte che forse non avremo mai...

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    April 12

    Fantasy


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    Image Hosted by ImageShack.us  Il mondo e la letteratura Fantasy  Image Hosted by ImageShack.us

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    "Io [Odisseo] dico che non esiste cosa più bella di quando regna la gioia tra il popolo
    e nella sala i convitati, seduti l'uno accanto all'altro, stanno a sentire l'aedo;
    sono pieni i tavoli di pane, di carni, e vino attinge dalla coppa grande il coppiere
    per versarlo nei calici. Questa a me sembra, nell'animo, la cosa più bella"
    Omero; Odissea, Canto IX

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    La Fantasy è un genere di narrazione intermedio tra l'epico e il fantastico, che da' ampio spazio al misterioso, al magico, al soprannaturale, accettati come dati di fatto al di là di ogni possibile comprensione, siano essi favorevoli oppure ostili all'uomo. Nella Fantasy, in senso abbastanza ampio, è possibile distinguere almeno due grandi filoni relativamente autonomi: il Fantahorror e il genere Sword and Sorcery, spesso ambientato in un metastorico Medioevo. Il Fantahorror è chiaramente ricollegabile alla tradizione del romanzo gotico inglese (H. Walpole e la sua significativa opera Il Castello di Otranto, W. Beckford, M. Lewis, C.R. Maturin), agli americani A. Bierce e al grande Edgar Allan Poe, al tedesco E.T.A. Hoffman. Ma il rappresentante più illustre del Fantahorror del Novecento è certamente Howard Phillips Lovecraft. La Fantasy più archetipa del filone Sword and Sorcery, detta anche Fantasy Eroica, propone vicende di sapore mitologico, ambientate in passati remotissimi o lontanissimi futuri o in universi alternativi, ma quasi sempre con caratteri medievaleggianti e barbarici che ricordano le saghe nordiche e i poemi cavallereschi del ciclo arturiano. Uno degli esponenti più noti di questa corrente letteraria è J.R.R. Tolkien, al quale si devono Lo Hobbit (1937) e la complessa trilogia de Il Signore degli Anelli (1954 - 1955). Al filone più propriamente epico e barbarico, appartiene il ciclo di "Conan il barbaro" dell'imprescindibile Robert Erwin Howard.

    Negli ultimi anni la Fantasy ha conquistato uno spazio letterario ed editoriale sempre maggiore, grazie soprattutto a una scuola di autori validissimi e innovativi. La Fantasy è oggi un genere maturo e complesso, al cui interno è possibile trovare una grande varietà di temi e stili. Ormai è d'obbligo e necessario, per definire il termine "fantasy", analizzare innanzitutto le differenze con un genere letterario apparentemente affine, la Fantascienza o Science Fiction. La differenza tra i due filoni letterari, Fantasy e Fantascienza appunto, sta in questo: mentre lo scrittore di fantasy può dare per scontato qualsiasi avvenimento magico e stupefacente (anzi, la bravura sta proprio nel saperli creare e metterli in scena), l'autore di fantascienza "deve" sempre giustificare tecnicamente in modo più o meno chiaro quanto accade nelle sue opere. La Fantasy è una forma letteraria molto antica. L'arte di utilizzare il fascino del fantastico possiamo farla risalire ai tempi dell'epica sumerica dell'Epopea di Gilgamesh e delle storie di molte altre antiche civiltà. Ma ancora meglio nell'Odissea di Omero, in cui in assoluto viene sviluppato quello che sarà il cuore concettuale di tutta la letteratura fantasy: l'"Ulissismo". La ricerca, il gusto del Viaggio, l'acquisizione della conoscenza, il compiersi del proprio destino, la crescita interiore dei personaggi, la lotta tra il Bene e il Male. Questo sembra essere uno degli obiettivi dello schema narrativo di un'opera Fantasy: il viaggio fisico e avventuroso è solo la meravigliosa metafora di un viaggio altamente importante, quello interiore, che un personaggio, un gruppo o un qualsiasi soggetto, ha da compiere, qualunque sia la meta finale. Perché è proprio questa la sconvolgente novità: E' il cammino... la meta! Da questo punto di vista, probabilmente la più antica storia fantasy rimane senza dubbio l'Epopea di Gilgamesh. La versione più completa di questa storia risale a circa tremila anni fa, e forse ha origine mille anni prima. Gilgamesh era un leggendario re di Ur, e l'epopea narra le sue gesta meravigliose alla ricerca del segreto dell'immortalità in terre strane e inesplorate. In questa storia si trovano già perfettamente espressi alcuni elementi tipici della fantasy moderna, come l'eroe dai poteri sovrumani, il viaggio in mondi ignoti, la ricerca di una sostanza o di un potere miracoloso, la scoperta e l'acquisizione di nuove conoscenze.

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    Le origini della fantasy risalgono dunque all'infanzia dell'umanità, nella forma del mito e dell'epica, e successivamente nell'epopea medievale (un esempio è l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto). Ma come si caratterizza la fantasy moderna? In sostanza potremmo dire che una storia di fantasy è una storia dove esiste la magia, anche non razionalizzata, ambientata necessariamente in un mondo immaginario, in un "ambiente" creato totalmente dall'autore. Oggi ormai gli autori di fantasy sono davvero tanti e incredibilmente valevoli. Il primo vero scrittore di fantasy moderna nel senso appena accennato fu William Morris il quale, in una serie di romanzi tra cui Il pozzo alla fine del mondo (The Well at the World's End) e Il bosco oltre il mondo (The wood beyond the world), composti verso il 1880, pone le basi della fantasy moderna. Egli rappresenta per la fantasy quello che Herbert George Wells rappresenta per la fantascienza, cioè l'autore che per primo ne codificò le regole, le strutture, i canoni, i generi. Con lui la storia della fantasy prende la piega decisiva: diventa fondamentale la creazione di una vicenda fantastica ambientata in un mondo e in un tempo immaginario, dove vigono le leggi della magia e dell'irrazionale, e regole non scientifiche e scientificamente inspiegabili. Il sorgere negli anni Venti e Trenta di nuove riviste come Weird Tales e successivamente Unknown Worlds aprì nuovi orizzonti agli scrittori fantasy. La seconda metà degli anni quaranta e l'inizio degli anni Cinquanta fu un periodo piuttosto contraddittorio per la fantasy. Senza la pubblicazione in volume da parte della Gnome Press delle opere di Robert E. Howard e soprattutto l'uscita di quel grandioso capolavoro mondiale che è Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, probabilmente la fantasy moderna si sarebbe estinta come genere. Probabilmente la saga di Tolkien è altrettanto importante, se non di più, per la storia e lo sviluppo della fantasy moderna, dell'opera di Howard. In realtà i due scrittori rappresentano proprio gli opposti estremi delle possibilità del genere. Le storie di Howard sono infatti l'esaltazione di eroi dalla grande forza fisica, mentre la trilogia degli Anelli di Tolkien è un colossale affresco sulla lotta tra il bene e il male, e rappresenta contenuti profondamente morali come la difesa di valori tradizionali. L'unica cosa che i due avevano in comune era la passione per la creazione di mondi fantastici e magici, dove l'eroismo è l'unica forma di lotta contro il male. Assieme i due scrittori rappresentano la più importante influenza sullo sviluppo attuale del genere.

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    April 11

    Grazie Amici



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    Ringrazio tutti gli amici del blog
    e tutti i visitatori per avermi fatto superare
    le 1000 visite
    GRAZIE GRAZIE GRAZIE

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    April 08

    Fuoco


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    Image Hosted by ImageShack.usIl  FuocoImage Hosted by ImageShack.us

    Il fuoco riveste nella storia dell'uomo un ruolo che ha segnato la nostra evoluzione in misura almeno pari alla postura eretta conquistata dai nostri antenati. La possibilità di controllarlo prima e di riprodurlo poi ha infatti reso possibili alcuni cambiamenti fondamentali nell'uomo e nel suo rapportarsi con i propri simili e con l'ambiente che lo circonda.
    Entrando nello specifico vediamo di analizzarli più analiticamente.

    Essi sono, non necessariamente in ordine d'importanza o di apparizione cronologica:

    • cambiamenti fisici. La capacità di cuocere il cibo consentì ai nostri antenati di poter conservare più a lungo ciò che cacciavano e allo stesso tempo di avere a disposizione alimenti più sani e decisamente più morbidi. Quest'ultimo fattore, a prima vista meno importante, assume al contrario un peso notevole se si considera che l'effettiva inutilità di una dentatura robusta e un'ossatura mandibolare e mascellare adatta a sostenerla, ha consentito uno sviluppo differente dell'apparato scheletrico del cranio, con eventuali ricadute sullo sviluppo cerebrale.
    • cambiamenti sociali. La necessità, soprattutto nei primi tempi, di mantenere sempre accesso un focolare per l'incapacità di riprodurre il fuoco, introdusse nella struttura sociale preistorica umana, una nuova casta tra quelle già esistenti dei raccoglitori e cacciatori. Gli individui destinati a occuparsi del fuoco, vista la sua importanza, assunsero ben presto una posizione di preminenza all'interno dei singoli gruppi. Tale preminenza poteva essere sia politica sia religiosa. Politica perché i controllori del fuoco avevano potere diretto sui loro simili non adibiti a quel lavoro, ne potevano controllare la sopravvivenza garantendo accesso al focolare o la morte tramite ostracismo o esilio da esso. Religiosa perché il fuoco, fin dal principio espressione di uno tra i più potenti spiriti della Natura, garantiva a coloro che ne custodivano i segreti un rapporto preferenziale con detto spirito e, in un secondo momento, col mondo soprannaturale e divino.
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    • cambiamenti relazionali. Con il controllo del fuoco, l'uomo non è più totalmente alla mercé degli elementi naturali. Può affrontare la notte con maggiore sicurezza, avendo a disposizione una fonte di luce trasportabile e costante. Può combattere gli animali feroci, generalmente intimoriti dal fuoco e da chi lo controlla. Egli diventa un modificatore della natura e non più soltanto un suo fruitore se non addirittura succube in balia dei suoi capricci. Da animale tra altri animali, l'uomo col fuoco assurge a una condizione di privilegio.

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    March 31

    La storia degli Unicorni


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    Gli Unicorni  Image Hosted by ImageShack.us

    Una delle creature più affascinanti del mondo fantastico è senza dubbio l’unicorno, essere dalle forme meravigliose, almeno per quanto riguarda quelle attuali, e che si consolidano fra il XII e il XIII secolo d.C.: un candido cavallo dal mento barbuto e dagli zoccoli bifidi (due attributi caprini) e dotato di un unico corno, suo segno di distinzione per eccellenza. In effetti sono state diverse le sembianze con le quali l’unicorno è stato rappresentato se lo consideriamo a partire dalla sua origine, riconosciuta ad una regione fra l’India e la Cina, dove era chiamato K’i-lin. Secondo questa tradizione era uno dei quattro animali benevoli citati nel “Li-Ki”, un antico memoriale di riti magici, insieme alla fenice, alla tartaruga e al drago: pare che racchiudesse sia il principio femminile che quello maschile e la sua raffigurazione in origine era quello di un grosso cervo dotato di coda bovina, zoccoli di cavallo, un singolo corno dall’aspetto minaccioso, peli del dorso di cinque colori mentre quelli del ventre erano gialli. Particolare interessante, sempre secondo il Li-Ki, è quello secondo il quale era possibile vedere questa creatura solamente in occasione della nascita di un perfetto sovrano. Altri aspetti che l’unicorno ha avuto nel corso dei secoli sono stati quello di un capro, di un coniglio e di una lepre, ma la sua valenza benefica non è pressoché mai mutata, e sin da allora gli si attribuivano poteri terapeutici notevoli, virtù afrodisiache e addirittura lo si credeva in grado di neutralizzare i veleni nelle pietanze (durante il Medioevo furono molti i sovrani ad affidarsi alla polvere di corno per scongiurare il pericolo di morte). Il primo a parlare di questo essere in Occidente fu Ctesia, un medico viaggiatore e storico persiano vissuto alla corte di Artaserse nel VI sec a.C. che lo citava in una delle sue opere, (”Indikà”) dove trattava delle meraviglie dell’India. A proposito dell’unicorno scrive: ”In India ci sono degli asini selvatici grandi come cavalli e anche di più. Hanno il corpo bianco, la testa rossa e gli occhi blu. Sulla fronte hanno un corno lungo circa un piede e mezzo. La polvere di questo corno macinato si prepara in pozione ed è un antidoto contro i veleni mortali. La base del corno, circa due palmi sopra la fronte, è candida; l’altra estremità è appuntita e di color cremisi; la parte di mezzo è nera. Coloro che devono utilizzando questi corni come coppe, non vanno soggetti, si dice, alle convulsioni e agli attacchi di epilessia. Inoltre sono anche immuni da veleni se, prima o dopo averli ingeriti, bevono vino, acqua o qualsiasi altra cosa da queste coppe. Gli altri asini, sia quelli domestici sia quelli selvatici, nonché tutti gli animali con lo zoccolo indiviso, non hanno né astragalo né fiele, ma questi hanno già sia uno che l’altro. Il loro astragalo, il più bello che io abbia mai visto, è simile a quello del bue come aspetto generale e dimensioni, ma è pesante come piombo e completamente color cinabro”. A lungo i critici storici si sono dibattuti in merito alla possibilità che Ctesia piuttosto che avere realmente visto la creatura, si fosse fatto influenzare da immagini o quadri dell’epoca visti in India o che si fosse magari imbattuto in un antilope o un rinoceronte, all’epoca animali sconosciuti in Occidente. Di fatto l’ipotesi più accreditata per l’origine dell’unicorno è proprio quella del rinoceronte al quale, nelle leggende locali tradizionali, venivano attribuite praticamente le stesse proprietà. Chi senza dubbio non può essersi confuso con questo grosso animale è il greco Eliano vissuto nel III sec d.C. che essendo un naturalista già ben conosceva il rinoceronte. Costui parla di “Un animale che viveva all’interno dell’India, ch’era grande come un cavallo, di pelo rossiccio e che gli indigeni chiamavano kartazonos. Aveva un corno sulla testa, nero e dotato di anelli; era scontroso e lottava anche con le femmine della sua specie salvo nel periodo degli amori”. E’ cominciato così il mito dell’unicorno in Occidente e col passare del tempo nessuno era più interessato a scoprire se fosse in effetti reale o meno: si pensava soltanto a catturare la creatura che più gli somigliava per ottenere successo e fortuna! E’ soprattutto nel XII sec che si apre una vera e propria caccia spietata all’unicorno, ovvero quando le frontiere dell’Asia si aprono all’Europa ed esso diventa addirittura simbolo di alcuni stemmi reali, sinonimo di purezza, virtù e saggezza. Nel Medioevo invece perde la sua valenza positiva per acquistarne una malefica e la sua ferocia è tale che risulta impossibile a chiunque riuscire a catturarlo, tranne che per una fanciulla vergine che viene mandata nei boschi del regno per attirarlo. L’unicorno era solito avvicinarla, inginocchiarsi di fronte a lei e appoggiarle la testa in grembo. Solo allora, completamente ammansito da tale purezza, la seguiva in direzione del castello del re. Di questo nuovo aspetto addirittura diabolico dell’unicorno parla San Basilio nel “Libellus de natura animalim”: “L’alicornus indica il diavolo, in quanto così terribile e malvagio da non poter essere catturato se non dalla purezza della vergine, cioè dalle buone opere e dalla virtù”. Ma accanto a questa valenza, esso continua ad ispirare scrittori, pittori e musicisti come simbolo di virtù, candore e coraggio, una sorta di Graal in forma animale che anche in Alchimia acquista un posto di rilevanza. Solo per fare un esempio, nelle “Nozze Alchemiche”del fondatore dei Rosacroce, Christian Rosenkreutz (1459), si legge di una scena piuttosto cruenta in cui dei malvagi vengono sistematicamente eliminati a seconda delle loro colpe. Alla fine di tutto questo accanto ad una fonte compare l’Unicorno: “Terminate le esecuzioni, vi furono cinque minuti di silenzio, dopodiché apparve un bellissimo Unicorno, bianco come la neve”. Essenzialmente, esso compare quando l’io si è spogliato della parte dolorosa del proprio inconscio, simbolizzata dall’esecuzione prima citata. In conclusione, non appare poi così rilevante il fatto che questa meravigliosa creatura sia effettivamente esistita: è soprattutto ciò che simbolizza, il suo mito stesso, ad avere un’origine antichissima e a non aver mai perso di importanza e rilievo nonostante i mutamenti storici e sociali. In ogni caso c’è chi afferma, ai giorni nostri, di averne intravisto la sagoma splendente in un bosco non molto lontano dalle ultime foreste originali europee: accanto ad una sorgente, in compagnia di alcune viviane che gli acconciavano i crini a mo di treccia, come usano fare ai cavalli… 
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     Copyright Autore Mestrez a Louarn | Pubblicato il 15/05/2002

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    March 29

    La storia di Draghi


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    Con il corpo di serpente, ali di pipistrello,

    artigli d’aquila e denti di leone solcavano

    il cielo di miti e leggende terrorizzando gli abitanti

    di città e villaggi con la loro ferocia.

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     Le origini delle leggende sui draghi si perdono nelle nebbie del passato.


    I draghi erano malvagi e distruttivi, con incredibili poteri sovrannaturali.
    Considerati l’incarnazione del male, il loro apparire era presagio di sventura, distruzione e morte.

    Il corpo era coperto di squame protettive, la maggior parte capaci di sputare fuoco e di volteggiare nel cielo grazie alle loro potenti ali.
    Si narra che le loro ossa, così come il sangue, elevano proprietà curative.

    Potevano passare molti secoli, prima che raggiungessero la piena maturità, infatti, la leggenda racconta che un uovo di drago impiegasse almeno un secolo prima di schiudersi e altre centinaia di anni per raggiungere il massimo sviluppo con la crescita sulla testa di lunghe corna.

    Grazie alla loro longevità queste creature  acquisivano una conoscenza e una saggezza che non aveva eguali, un’intelligenza superiore a quella dell’uomo.

     

    I draghi neri erano la reincarnazione del male astuto, serpeggiante, in contrapposizione con i draghi rossi che rappresentavano il male dirompente, la forza.

    Come nacque l’idea che i draghi fossero creature distruttive e simbolo del caos?

    Le prime leggende mesopotamiche raccontano di grandi mostri alati di color nero o blu profondo, i draghi della notte e degli abissi.

    Il primo drago nero di cui si ha notizia è Tamiat, un drago babilonese di sesso femminile che secondo la leggenda generò un esercito di suoi simili che popolarono il pianeta.

    Una volta cresciuti, in preda alla fame, divorarono tutto quanto trovarono sul loro cammino, sia animali sia esseri umani.

    Eroi giungevano da molto lontano per liberare le terre da questo flagello, esempio ne è un villaggio a sud dell’attuale Danimarca che fu salvato da un eroe vichingo.
    L’Europa fu popolata in maggioranza da draghi rossi, e da qui nacquero quasi tutte le leggende degli scontri titanici, molte città presero il nome dal drago che le aveva flagellate, infatti, la parola worm, verme-serpente, od orme, si trova in Worms Head, Great Ormes Head, Ormesleigh, Ormeskirk, Wormelow, Wormeslea.

    I draghi neri non amavano affrontare il nemico in duelli, volteggiando sui villaggi scatenavano incendi o carestie, per questo motivo scomparvero e cessarono di popolare le leggende, se non per il ricordo di grandi massacri, per la malvagità delle stragi e per la loro viltà nel rifuggire ogni scontro diretto.

    La maggior parte dei riferimenti storici e delle leggende sui draghi in Europa risalgono al periodo medioevale; simbolo di lotta, violenza e guerra la loro immagine era spesso l’effige che veniva usata come araldo nelle battaglie. 

    Nel Cristianesimo il drago rappresenta il Diavolo, molte le fonti storiche e i manoscritti che testimoniano la presenza de “la bestia per eccellenza”.

    Ad esempio nei Bestiari, troviamo descrizioni dettagliate sia sull’aspetto sia sulle abitudini dei draghi che solitamente usavano come tane delle grotte in cima a montagne o in territori difficilmente raggiungibili, da dove uscivano raramente e bastava un solo ruggito per far sì che tutti gli animali scappassero, nascondendosi nelle loro tante.

    L’estinzione dei draghi, secondo la tradizione occidentale risale proprio al Medioevo, dove cavalieri erranti, avventurieri in cerca di fama e gloria, cacciatori di draghi dedicavano la propria esistenza alla lotta contro questi animali.

    Il drago era il simbolo del male, perciò quale migliore arma contro di loro se non la Santità?
    Celebre il racconto di San Giorgio, uccisore di draghi, di San Marcello vescovo di Parigi o di San Silvestro che libera Roma dal drago dall’alito velenoso o della leggenda di Santa Marta che sconfisse il drago Tarsasca.

    Si narra che nei tempi in cui Santa Marta evangelizzava la Provenza, un terribile drago, devastasse le fertili pianure della valle del Rodano, impedendo agli uomini di vivere tranquilli.

    Venuta a conoscenza del fatto, la Santa inseguì il drago nelle zone più remote dei boschi e lo domò cospargendolo di acqua benedetta segnandolo con il segno della croce.

    Il drago ormai mansueto lasciò che la sua coda fosse legata alla cintura della donna, che lo portò così nell’odierna città di Tarascona, che prese il nome proprio dal drago.

    La popolazione si vendicò del drago lapidandolo e da allora ogni anno, il 29 giugno, la Chiesa ricorda Santa Marta, mentre a Tarascona si tiene una solenne processione aperta da un fantoccio con le sembianze di un drago con le fauci spalancate, una ragazza vestita di bianco lo benedice, quindi il drago viene legato e sopraffatto.

    Santo protettore dell’Inghilterra, ovviamente il più famoso uccisore di draghi fu San Giorgio.
    Intorno al XII secolo, iniziò a circolare la leggenda secondo la quale San Giorgio, a Silene (in Libia), uccise un drago in procinto di divorare una principessa legata ad uno scoglio.
    Il “Liber Notitiae Sanctorum Mediolanii” narra di un drago che imperversava da Erba fino in Valassina (Brianza.).

    Divorate tutte le pecore di Crevenna, i paesani iniziarono ad offrirgli come cibo, giovani del villaggio che erano estratti a sorte. Il caso volle che tra queste vittime sacrificali vi fosse anche la principessa Cleolinda di Morchiuso, che fu legata ad una pianta di sambuco come offerta per il Drago.

    In suo soccorso giunse san Giorgio che per ammansire il drago, gettò tra le sue fauci, alcuni dolci ricoperti con i petali dei fiori del sambuco.
    Il drago docilmente seguì San Giorgio. Giunti innanzi al castello il Santo lo decapitò con un sol colpo di spada e la testa dell’animale rotolò fino al Lago di Pusaino
    Ancora oggi, il 24 aprile, festa di San Giorgio, è usanza preparare i “Pan meitt de San Giorg”, dei dolci con fiori essiccati di sambuco.
     

    Un’altra leggenda importante riguarda i paesi nordici.
    Secoli fa, quando le terre del Nord erano dominate dagli eroi, una figura vestita di stracci avanzando lungo una spiaggia rocciosa della Scandinavia, cercava una via per poter risalire la scogliera sovrastante.
    Era uno schiavo fuggito dal suo padrone, un signore del regno dei Geat.
    Barcollando, ormai allo stremo delle forze, s’imbatté in un enorme tumulo di pietre probabilmente l’antica tomba di un re.
    Trovata l’entrata, penetrò nella tomba e innanzi ai suoi occhi apparve una camera ricolma d'ori, erano le ricchezze di una tribù del passato.
    Lo schiavo non credeva ai suoi occhi: braccialetti a forma di serpente, spille in filigrana d’argento, coppe in ceramica di Samo, amuleti del dio Thor, monete d’oro che riempivano l’intera caverna.
    Lo schiavo si gettò sul tesoro, ma un rumore gli gelò il sangue bloccando ogni suo movimento.

    Si volse e vide un drago, acquattato sulle zampe dai lunghi artigli, i fianchi poderosi luccicavano, le ali erano ripiegate su se stesse, l’enorme capo riposava sul pavimento della caverna.

    Lo schiavo, terrorizzato, prese una coppa d’oro e scappò dal tumulo.
    Il suo unico pensiero era di tornare dal suo padrone e farsi perdonare.
    Purtroppo lo schiavo aveva disturbato il sonno del guardiano del tesoro, decretando così la fine del suo popolo.
    Il drago, che tutto poteva vedere e sapere, al suo risveglio si accorse subito del furto.

    Lentamente avanzò lungo lo stretto passaggio che conduceva fuori della sua tana, alla fioca luce della sera, osservò l’infinito alla ricerca delle tracce lasciate dall’uomo.
    Appena lo vide con un grido ed un getto di fuoco, s’innalzò in volo verso il regno dei Geat.
    Le sue urla agghiaccianti fecero uscire gli abitanti fuori delle loro case, i volti terrorizzati levati al cielo, mentre il drago iniziava la sua danza di morte.

    Volteggiando iniziò la sua discesa, sputando lingue di fuoco, incendio tutti i tetti delle case per poi scomparire.
    Quella notte, nel regno di Geat, i villaggi bruciarono come pire funerarie.
    Nulla sfuggì alla forza distruttrice del drago.
    Beowulf, re dei Geat, accompagnato dagli uomini migliori, brandì le sue armi e si recò al tumulo, deciso ad affrontare il drago.

    Soltanto un uomo parteciperà allo scontro, il nobile Wiglaf, il re e il drago si uccisero a vicenda.
    Nella mitologia norrena un'altra caratterista del drago è la sua capacità linguista che gli permette di parlare tutte le lingue.

    Caratteristica di cui si serve per mentire ed ingannare.

    Altra leggenda la troviamo nella saga dei Volsunghi dove Sigfrido uccide il drago Fafnir. 

    La concezione orientale del drago era molto diversa da quella occidentale.
    Erano considerate creature pacifiche e amiche dell’uomo.
    Il Cina, il Drago, la Tartaruga, l’Unicorno e la Fenice rappresentavano i quattro spiriti benevoli.
    Secondo la tradizione cinese, quella dei draghi fu la più grande e gloriosa razza che popolò il mondo per millenni, diede origine alla vita e governò le forze della natura, nell'attesa che l’uomo fu pronto per questo compito.

    Vi sono inoltre molte leggende che narrano di valorosi eroi divenuti dragoni.

    I draghi si dividevano in diverse categorie
    I Draghi celesti: erano a guardia del cielo ed erano gli unici ad avere 5 artigli per zampa;
    I
    Draghi spirituali: i più venerati in quanto guardiani del vento, delle nuvole e dell’acqua, e quindi da loro dipendeva il raccolto dei contadini;
    I Draghi terrestri: guardiani dei corsi d’acqua, ne regolavano il flusso vivendo nelle profondità dei fiumi;
    Draghi sotterranei: custodi di grandi ed immensi tesori e dispensatori di felicità eterna;
    Draghi rossi e Draghi neri: creature violente e bellicose, che si scontravano continuamente nell’aria causando con la loro energia violente tempeste.

    Questi mostri alati sono esistiti davvero? Come si spiega la loro apparizione in tante leggende di diversi popoli, molto distanti tra loro ?
    Erano poi così crudeli o c'era un bisogno dell’uomo di credere in eroi buoni che sconfiggevano il male, qualsiasi sembianza potesse prendere?Image Hosted by ImageShack.us                            Image Hosted by ImageShack.us

    Image Hosted by ImageShack.us    Molte fonte storiche parlano dei draghi, molto di più di altri avvenimenti ormai dati per veri.    Image Hosted by ImageShack.us
    Che siano antichi animali, esistiti per davvero e non solo nella paura umana?

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    March 26

    Ares

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    Ares viene identificato in generale come il dio della guerra, ma in realtà è il dio di quelli aspetti più feroci della guerra e della lotta intensa. Un dio del quale diffidare, prediligeva gli improvvisi scoppi di furia. Conduce una quadrica con quattro cavalli dal respiro infuocato e immortali e si dentificava in battaglia per la sua armatura bronzea e la sua fedele lancia da combattimento.

    SE VI PIACE ARES LASCITE UN COMMENTO DI ISCRIZIONE IN QUESTO INTERVENTO

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    March 24

    Il Signore degli Anelli

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    Il Signire degli anelli è uno dei libri che ho letto

    e che mi è piaciuto tantissimo

    anche perchè è il genere che a me piace

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    March 13

    Storia della Fenice

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    Image Hosted by ImageShack.us    LA fENICE    Image Hosted by ImageShack.us

     
    Un nome senza tempo, che si perde nella notte ancestrale dei secoli.
    Una Stella senza eta', come un mito che non vuole spegnersi.
    Un simbolo che sa tanto di verita', questa e' l'Araba Fenice, l'uccello Sacro
     dell' Antico Egitto, aveva l'aspetto di un'aquila reale e il piumaggio
    dal colore splendido, il collo color d'oro, rosse le piume del corpo e azzurra
     la coda con penne rosee, ali in parte d'oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato,
     lunghe zampe e due lunghe piume (una rosa e una azzurra) che le scivolano morbidamente
     giu' dal capo (o erette sulla sommita' del capo).
    In Egitto era solitamente raffigurata incoronata con l'Atef o con l'emblema del disco solare.
    L' Araba Fenice nutrendosi di Perle d'Incenso viveva per 500 anni
    per poi ardere sul rogo e quindi rinascere dalle sue stesse ceneri piu' Pura e piu' Bella.
    Cosa rara e quasi impossibile a trovarsi la Fenice divenne per gli scrittori cristiani
    il Simbolo della Resurrezione cosi' come nel linguaggio popolare un qualcosa di tanto straordinario
     da sembrare inverosimile, una specie di PORTAFORTUNA per le persone buone,
     un qualcosa di magico, senza eta' e senza tempo

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    Image Hosted by ImageShack.us    La morte e resurrezione   Image Hosted by ImageShack.us

    Dopo aver vissuto per 500 anni (secondo altri 540, 900, 1000, 1461/ 1468,
     o addirittura 12954/ 12994), la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte,
     si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma
    . Qui accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo,
     mirra e le piu’ pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava
     un nido a forma di uovo, grande quanto era in grado di trasportarlo
    (cosa che stabiliva per prove ed errori). Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del
     sole l'incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava
    una canzone di rara bellezza. Per via della cannella e della mirra che bruciano,
     la morte di una fenice e’ spesso accompagnata da un gradevole profumo.
     Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva (o un uovo), che i raggi solari
    facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova
    Fenice nell'arco di tre giorni (Plinio semplifica dicendo "entro la fine del giorno"),
     dopodiche’ la nuova Fenice, giovane e potente, volava ad Heliopolis e si posava sopra
     l'albero sacro, «cantando cosi' divinamente da incantare lo stesso Ra»
    peraltro si dice anche che dalla gola della Fenice giunse il soffio della vita
     (il Suono divino, la Musica) che animo’ il dio Shu.
    Ma nella antica tradizione riportata da Erodoto, la fenice risorge ogni 500 anni,
     come riportato da Cheremone, filosofo storico iniziato ai misteri egizi
     che parla di un (periodo solstiziale), da Orapollo che diresse la scuola egizia
     al tempo di Zenone, da Eliano di Preneste; la rinascita della fenice cela per tutti
    questi autori un periodo astronomico connesso alla resurrezione di Osiride.
     Gia’ nel Capitolo 125 del Libro dei Morti, Osiride afferma di rinascere come fenice nella citta’
    di On (Heliopolis) sede di miti cosmologici, contestualmente infatti,
     Capitolo 17 del Libro dei Morti, Osiride si identifica con il Duplice Leone
     nei nomi di Ieri e Domani, ovvero Osiride e Ra, simbolo esoterico preposto
    alle rinascite dei cicli solari. Orapollo palesa senza veli che la fenice
    e’ una delle manifestazioni del sole (dai molti occhi) come interpretato
     da Sbordone che riporta una grafia tarda del nome di Osiride costituita
     da un occhio e uno scettro. Da qui l'occhio della fenice inteso come l'illuminazione
    consapevole di Osiride che rinascendo incarna (il rinnovamento ciclico degli astri)
     sempre secondo Orapollo, intrinseco alla fiamma del (periodo solstiziale)
    della fenice riportato in un frammento di Cheremone...

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    March 12

    ...

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    February 10

    pegaso e unicorni

    bella3ùbella2Pegaso

    unicorno2unicorno1unicorno3

    unicorno4pegaso1bella4